Sul Medio Oriente il dibattito italiano si è ridotto a due tifoserie che si rimproverano a vicenda ciò che non dicono. Chi difende Israele rende indiscutibile ogni decisione del suo governo; chi denuncia le sofferenze dei civili palestinesi non nomina l'organizzazione armata che quei civili tiene in ostaggio. Da questa alternativa non è uscita nessuna politica. Noi proviamo a farne una.
Partiamo da ciò che per noi non si discute. La sicurezza di Israele è un interesse europeo permanente: è una democrazia liberale posta sul confine più esposto dello spazio politico a cui apparteniamo. Sul 7 ottobre 2023 non esistono attenuanti, né condizioni storiche che trasformino il massacro di civili in un atto politico.
Ma uno Stato non coincide con il suo governo. Sostenere Israele non significa approvare ogni scelta di chi lo guida in un dato momento, e in una democrazia quel giudizio lo esprimono anzitutto i suoi cittadini. Chi confonde i due piani fa propaganda: sia chi usa la critica a un esecutivo per delegittimare uno Stato, sia chi usa la difesa di uno Stato per rendere inattaccabile qualunque decisione del suo governo.
Il disarmo di Hamas non è una concessione a Israele: è la precondizione dell'esistenza di uno Stato palestinese. Non c'è sovranità dove chi ha le armi non risponde a nessuna autorità civile.
Da qui la nostra proposta. Sul riconoscimento dello Stato di Palestina l'Europa è bloccata tra chi lo vuole subito e chi lo rinvia senza data: il primo attribuirebbe statuto internazionale a un'entità che non controlla il proprio territorio, il secondo consegna a chi quello Stato non lo vuole il potere di impedirlo per sempre, perché basta bloccare il processo per rendere il riconoscimento eternamente prematuro. Proponiamo che l'Italia dichiari formalmente condizioni e calendario del proprio riconoscimento: quali adempimenti, verificati da chi, entro quando, con quale automatismo al loro compimento. Un riconoscimento condizionato e datato vincola la dirigenza palestinese a un percorso e rende visibile ogni ostruzione: trasforma una parola in uno strumento.
Sull'Iran chiediamo fermezza senza illusioni. L'armistizio del 2026 ha fermato i combattimenti, e non lo sminuiamo, ma ha lasciato aperto quasi tutto ciò che aveva causato la guerra. Il negoziato su nucleare e missili va condotto con la stessa determinazione della campagna militare, le sanzioni devono colpire gli apparati e non la popolazione, e il sostegno a chi in Iran chiede libertà non può essere intermittente.
C'è infine la parte che riguarda direttamente imprese e famiglie italiane: le rotte. La chiusura di Hormuz ha prodotto in pochi mesi effetti misurabili su energia, fertilizzanti, filiere alimentari e costi industriali. Un Paese trasformatore e importatore come il nostro ha un interesse nazionale diretto alla sicurezza degli approvvigionamenti e deve dirlo apertamente: all'Europa serve una capacità autonoma di protezione delle rotte marittime, all'Italia il ruolo che la geografia le assegna e che finora non ha rivendicato.
Sull'antisemitismo non ammettiamo gradazioni, e per la stessa ragione non ammettiamo l'ostilità indiscriminata verso i cittadini musulmani o di origine araba: una democrazia giudica le persone per ciò che fanno, mai per l'appartenenza che gli viene attribuita.
Non è una posizione comoda, perché non coincide con nessuno dei due schieramenti. È però l'unica che sappiamo difendere davanti a chiunque, e l'unica che resta valida quando cambiano i governi.