Per Area Liberale Federalista l’autonomia strategica europea non è una formula diplomatica né un progetto di separazione dall’Occidente. È la condizione necessaria perché l’Europa possa restare pienamente occidentale e atlantica senza essere politicamente, militarmente, tecnologicamente, finanziariamente o energeticamente dipendente dalle decisioni altrui.
Più Europa nell’Occidente, non meno Occidente.
La NATO rimane il riferimento fondamentale della sicurezza europea e transatlantica. Ma un’Alleanza più forte richiede un pilastro europeo più forte, capace di assumersi responsabilità crescenti, di disporre delle capacità necessarie alla propria difesa e di costruire con gli Stati Uniti un rapporto maturo e paritario. L’Europa deve essere alleata, non subordinata; integrata, non dipendente.
Per questo l’autonomia strategica è un progetto complessivo, nel quale difesa, industria, tecnologie duali, energia e finanza sono parti di una medesima visione. La sicurezza del XXI secolo non si costruisce soltanto con gli strumenti militari: si costruisce con la capacità di produrre, innovare, finanziare, approvvigionarsi, proteggere infrastrutture e dati e, infine, decidere.
Una difesa europea più forte dentro la NATO
L’Europa deve garantire una quota crescente della propria sicurezza: investimenti adeguati e stabili nel tempo, interoperabilità tra le Forze Armate, capacità operative comuni, programmazione coordinata e progressiva integrazione degli strumenti industriali e tecnologici della difesa.
Non si tratta di costruire un’alternativa alla NATO né di duplicarne strutture e funzioni, ma di rafforzarne il pilastro europeo e di rendere credibile il principio della condivisione delle responsabilità.
Un’Europa capace di difendersi contribuisce di più alla sicurezza dell’intero spazio atlantico e dispone, nello stesso tempo, di maggiore libertà politica nell’affrontare le crisi che riguardano direttamente il continente e il suo vicinato. La capacità militare è anche capacità politica: chi non dispone degli strumenti per proteggere i propri interessi finisce per dipendere dalle priorità strategiche di altri.
Esiste poi una condizione preliminare, troppo spesso trascurata: non c’è autonomia decisionale senza autonomia conoscitiva.
Un’Europa che voglia scegliere deve saper valutare autonomamente le minacce e condividere le informazioni tra i Paesi membri con regole chiare, reciprocità e pieno rispetto delle prerogative nazionali.
Il principio di compensazione: ciascuno mette a disposizione ciò che ha
Una difesa europea non si costruisce come una media aritmetica tra ventisette sistemi nazionali, né come una cessione uniforme di sovranità. Si costruisce riconoscendo che ogni Paese porta al progetto comune ciò che ha di specifico, e che il contributo di ciascuno va valorizzato e compensato.
Alcuni Stati dispongono di capacità che nessun altro possiede nel continente e che, dopo l’uscita di un grande Paese europeo dall’Unione, restano uniche al suo interno: capacità che appartengono alla sfera più alta della deterrenza e che, per loro natura, rimangono sotto responsabilità e decisione nazionale. Ciò non impedisce che il loro beneficio strategico si estenda progressivamente all’insieme europeo attraverso intese politiche, consultazioni e garanzie reciproche.
Altri Paesi mettono a disposizione posizione geografica, basi, proiezione marittima, controllo di rotte e frontiere, industria, tecnologia, capacità addestrativa, presenza e relazioni nelle aree di crisi.
Compensazione significa che a ogni contributo corrisponde un ritorno: industriale, tecnologico, finanziario, di ruolo nei programmi comuni e di peso nelle decisioni. Nessun Paese può percepire l’integrazione come un esproprio delle proprie capacità. È questa reciprocità, non la retorica dell’unità, a rendere politicamente sostenibile l’integrazione.
L’autonomia strategica, infine, è una funzione e non un confine giuridico: si misura sulle capacità, non sull’appartenenza ai trattati. I Paesi europei che non fanno parte dell’Unione restano partner industriali e strategici essenziali, e i programmi comuni già avviati nei settori aeronautico, navale e missilistico ne sono la prova. Escluderli in nome di un’ortodossia istituzionale indebolirebbe l’Europa proprio là dove ha bisogno di massa critica.
Industria e tecnologie duali: la difesa come politica industriale
La nuova stagione degli investimenti nella sicurezza deve diventare una grande occasione di rilancio industriale. Sarebbe un errore aumentare la spesa senza trasformare questa scelta in capacità produttiva, innovazione, occupazione qualificata e consolidamento delle filiere europee.
Occorre superare la frammentazione dei programmi nazionali e portare a livello continentale le scelte industriali strategiche: programmi comuni, standard condivisi, specializzazioni produttive, aggregazioni e catene di fornitura di dimensione competitiva globale. Continentalizzare, però, non significa svuotare i sistemi industriali nazionali. La specializzazione va negoziata prima, non subita dopo: ogni Paese deve sapere quali capacità mantiene, quali condivide e quali acquisisce. Un consolidamento che non ridistribuisce ruoli e ritorni produce soltanto resistenza politica.
In questo disegno l’Italia può avere un ruolo centrale, valorizzando i grandi gruppi nazionali e insieme quella rete di piccole e medie imprese altamente specializzate che è uno dei patrimoni più importanti della nostra economia e che va accompagnata verso dimensioni maggiori con strumenti di aggregazione, capitalizzazione e accesso ai programmi.
La distinzione tra tecnologia civile e militare è ormai sempre meno netta. Spazio, satelliti, cyber security, semiconduttori, comunicazioni sicure, robotica, sistemi senza pilota, quantum computing, nuovi materiali e intelligenza artificiale sono contemporaneamente strumenti di sicurezza, infrastrutture della società e fattori decisivi della competizione economica mondiale.
L’autonomia strategica deve quindi diventare anche autonomia tecnologica: l’Europa non può accontentarsi di stabilire le regole delle innovazioni sviluppate altrove, deve tornare a essere il luogo nel quale le tecnologie strategiche vengono pensate, finanziate, sperimentate e prodotte.
Gli strumenti finanziari e il ruolo del capitale privato
Un progetto di questa portata non si regge sui soli bilanci nazionali della difesa. Serve un’architettura finanziaria coerente, che combini risorse europee, nazionali e private e che scelga gli strumenti in funzione delle capacità da costruire, non il contrario.
Sul piano europeo servono:
Programmi di finanziamento pluriennali e prevedibili, dotati di massa critica reale.
La possibilità di ricorrere a strumenti di debito comune per quei beni pubblici europei — sicurezza, infrastrutture critiche, tecnologie strategiche — che nessuno Stato può produrre da solo.
Il pieno impiego della Banca Europea per gli Investimenti (BEI), superando le esclusioni che ancora limitano il finanziamento del settore.
Strumenti di garanzia e di copertura del rischio che rendano finanziabili investimenti industriali a lungo ciclo.
Sul piano nazionale contano:
Gli istituti pubblici di promozione e sviluppo, le garanzie all’esportazione, gli incentivi fiscali alla ricerca e agli investimenti produttivi.
I fondi di partecipazione al capitale delle imprese strategiche.
La certezza della domanda tramite contratti pluriennali che diano visibilità agli ordini: nessuna impresa amplia gli impianti sulla base di un semplice annuncio politico.
La partita decisiva, però, è quella del capitale privato:
L’Europa dispone di uno dei maggiori bacini di risparmio del mondo e lo impiega in larga parte fuori dai propri confini o lontano dalle proprie priorità strategiche. Riportarlo verso lo sviluppo significa:
Costruire fondi specializzati e capitale di rischio dedicato alle tecnologie duali.
Aprire in modo ordinato il risparmio gestito, le casse professionali e i fondi pensione a questi settori.
Realizzare finalmente un mercato dei capitali integrato che consenta alle imprese europee di crescere senza doversi quotare altrove.
Affiancare al capitale pubblico strumenti misti, capaci di condividere il rischio delle fasi iniziali dove il mercato da solo non arriva.
Serve inoltre correggere quelle classificazioni della finanza sostenibile (ESG) che hanno di fatto collocato la difesa fuori dal perimetro finanziabile. Un continente non può dichiarare prioritaria la propria sicurezza e insieme scoraggiare chi la finanzia. La sicurezza è, a tutti gli effetti, una precondizione della sostenibilità.
Energia: senza sicurezza degli approvvigionamenti non esiste autonomia
Non può esistere autonomia strategica senza sicurezza energetica. Le crisi degli ultimi anni hanno dimostrato che la dipendenza eccessiva da singoli Paesi, rotte, materie prime o tecnologie si trasforma rapidamente in vulnerabilità economica e in pressione politica.
Serve una vera strategia energetica comune: diversificazione delle fonti e degli approvvigionamenti, infrastrutture e interconnessioni, capacità di stoccaggio, ricerca e nuove tecnologie, sicurezza fisica e informatica delle reti, accesso garantito alle materie prime critiche e capacità di lavorarle in Europa.
La transizione deve essere compatibile con la sicurezza e con la competitività industriale: famiglie e imprese devono disporre di energia affidabile a costi sostenibili. L’energia non è soltanto una questione ambientale o economica, è una componente della libertà politica del continente.
Una scelta di responsabilità
L’autonomia strategica non allontana l’Europa dagli Stati Uniti né dalla NATO. È ciò che rende più forte l’Occidente, perché consente all’Europa di assumersi finalmente il proprio peso.
È anche una scelta profondamente federalista: condividere le responsabilità che i singoli Stati non riescono più a esercitare da soli con la stessa efficacia, mantenendo identità, competenze e prerogative nazionali dove continuano ad avere senso.
Più forte nella difesa. Più competitiva nell’industria.
Più solida nella finanza degli investimenti strategici.
Più libera nell’energia. Più avanzata nella tecnologia.
È la premessa materiale di un’altra ambizione, quella politica e civile, di cui parliamo nel documento dedicato all’Europa che vogliamo.