L’Europa che vogliamo non è quella che i cittadini incontrano più spesso: quella dei regolamenti asfissianti, delle procedure farraginose e di una burocrazia percepita come un freno all'iniziativa. Non è, per noi, un’Europa da rifiutare, ma un’Europa incompiuta. Ha costruito un mercato, una moneta e un sistema di garanzie tra i più avanzati del mondo, ma si è fermata prima del passaggio decisivo: quello che trasforma uno spazio economico in una vera comunità politica e federale.
Per Area Liberale Federalista quel passaggio va compiuto ora, perché è già cominciato nella società europea molto prima che nelle istituzioni.
La generazione che ha già scelto: merito e permeabilità
Chi oggi ha vent’anni percepisce lo spazio in modo radicalmente diverso da chi ne ha sessanta. È la generazione cresciuta con gli scambi scolastici e universitari, con la mobilità come esperienza normale e non come eccezione: studia in un Paese, lavora in un altro, costruisce relazioni professionali e affettive che attraversano i confini senza considerarli un ostacolo. Non ha rinunciato alle proprie origini — le conosce, spesso le rivendica con più consapevolezza dei propri genitori — ma non le usa come criterio per giudicare gli altri.
Il criterio che questa generazione applica è un altro, ed è il merito: ciò che sai fare, ciò che sei capace di imparare, la qualità del contributo che porti. Conta la competenza, non la provenienza; conta la permeabilità, cioè la capacità di muoversi tra culture, linguaggi e mercati del lavoro diversi senza perdere sé stessi. È una cultura profondamente liberale, e coincide con l’idea di Europa che vogliamo: uno spazio nel quale ciascuno vale per quello che dimostra e non per quello da cui proviene.
Questa identità europea non nasce dai trattati: nasce dall’esperienza. Cresce lentamente, si somma alle appartenenze nazionali e regionali invece di sostituirle, ed è oggi la risorsa politica più sottovalutata del continente. Il compito delle istituzioni non è crearla, ma riconoscerla e rafforzarla.
Conoscenza, scuola, università, ricerca: l’infrastruttura dell’identità
Se l’identità europea si costruisce attraverso l’esperienza, allora gli scambi culturali, scolastici e universitari non sono programmi accessori: sono infrastruttura politica, esattamente come le reti energetiche o quelle digitali. Vanno ampliati e resi accessibili a chi oggi ne resta escluso per ragioni economiche, estesi agli istituti tecnici e professionali e non riservati ai soli percorsi universitari, accompagnati da un reale riconoscimento reciproco di titoli, qualifiche e competenze professionali.
Allo stesso modo va costruito uno spazio europeo della ricerca che smetta di essere la somma di ventisette sistemi in competizione tra loro per le stesse risorse. Significa carriere accademiche e scientifiche realmente aperte, mobilità dei ricercatori senza penalizzazioni previdenziali o contrattuali, programmi comuni sulle tecnologie strategiche che decideranno il posizionamento del continente, e la capacità di trattenere e attrarre talento invece di formarlo per altri. Un continente che esporta i propri ricercatori e importa le tecnologie che essi sviluppano altrove ha già perso la partita, qualunque sia il suo prodotto interno lordo.
Completare il Mercato Unico: crescita, capitale e concorrenza
Non ci può essere un'Europa forte e autorevole senza un’economia dinamica e competitiva. Oggi il Mercato Unico è incompiuto: soffre la frammentazione dei settori chiave come l'energia, le telecomunicazioni e la finanza. Per sbloccare la crescita e competere con i colossi globali occorre completare l'Unione dei Mercati dei Capitali, abbattere la burocrazia inutile e favorire la libertà d'impresa e l'innovazione. La transizione ecologica e digitale deve diventare una leva di sviluppo industriale e non una gabbia ideologica per aziende e lavoratori.
L’Italia in Europa: il riconoscimento di una posizione
L’Europa che vogliamo è un’Europa nella quale l’Italia trovi finalmente il riconoscimento del proprio posizionamento, che è prima di tutto geografico. Non è una rivendicazione nazionale: è la constatazione che l’Unione, senza una proiezione verso sud, resta un progetto incompleto, e che quella proiezione passa necessariamente attraverso l’Italia.
È la lezione della migliore tradizione della politica estera italiana, che ha sempre compreso una cosa semplice: il Mediterraneo non è il confine meridionale dell’Europa, è il suo spazio di relazione con l’Africa, con il Medio Oriente e con le rotte che collegano l’Asia al continente. L’Italia è la piattaforma naturale attraverso la quale l’Europa può guardare al Mediterraneo allargato non come a un problema di sicurezza da contenere, ma come a uno spazio di sviluppo condiviso.
Le ragioni di questo posizionamento strategico sono concrete e si muovono su quattro assi fondamentali:
- Sicurezza energetica: È attraverso il Mediterraneo che passano gasdotti, cavi, interconnessioni elettriche e le enormi potenzialità della produzione rinnovabile nordafricana.
- Sviluppo tecnologico: Infrastrutture digitali, reti sottomarine, capacità satellitari e programmi di formazione possono costruire interdipendenze utili a entrambe le sponde.
- Nuovi mercati: Nei prossimi decenni la demografia africana rappresenterà una delle maggiori domande potenziali del pianeta. L’Europa deve scegliere tra esserne partner o restarne spettatrice.
- Governo delle migrazioni: Nessuna politica di solo contenimento potrà mai funzionare senza sviluppo e istruzione nei Paesi di origine. Serve una regia europea comune che garantisca il rispetto dello Stato di diritto, la tutela delle frontiere esterne e canali legali ed efficienti d'ingresso per motivi di lavoro e formazione.
Un’Italia che porta questa agenda in Europa non chiede attenzione: offre una capacità. E un’Europa che la assume smette di avere una politica mediterranea intermittente, fatta di emergenze e di vertici straordinari, per averne finalmente una strutturale.
Istituzioni, difesa comune e superamento del veto: per un'Europa federale
Nulla di tutto questo è possibile senza istituzioni europee più forti, snelle e chiaramente rappresentative. Più forti non significa più invasive: significa capaci di decidere sulle poche materie davvero comuni, con procedure comprensibili e con una responsabilità politica identificabile davanti agli elettori.
Per fare questo, occorre superare l'ostacolo più grande all'efficacia dell'Unione: il diritto di veto e la regola dell'unanimità nei Consigli, sostituendoli con il voto a maggioranza qualificata. Un solo Stato non deve più poter tenere in ostaggio il futuro di 450 milioni di cittadini.
Allo stesso modo, l'Europa non può essere credibile sulla scena globale finché la sua sicurezza dipende esclusivamente da terzi. Serve la costruzione progressiva di un Pilastro Europeo della Difesa e di forze armate integrate, complementare alla NATO ma capace di garantire l'autonomia strategica del continente.
Su questo scenario, la nostra proposta è netta: l’Europa deve disporre di una propria presenza nelle istituzioni internazionali, a cominciare da un seggio unico europeo nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una sola diplomazia europea, seria e unitaria, sostituirà la somma di posizioni nazionali contrattate al ribasso.
Uscire dal Novecento
Se continuiamo a ragionare in termini novecenteschi, l’Europa resterà ciò che molti già credono che sia: un apparato di regole senza un’anima politica, percepito come vincolo e mai come appartenenza. La convergenza che proponiamo non cancella gli Stati né le identità nazionali, che restano il fondamento della vita democratica dei nostri popoli. Costruisce, sopra di esse, una sovranità comune sufficientemente forte da poter essere difesa e rispettata nel mondo.
È l’Europa che i giovani europei hanno in buona parte già scelto vivendola. Il compito della politica è metterla in condizione di esistere anche nelle istituzioni.
Un’Europa del merito. Un’Europa della conoscenza e del mercato. Un’Europa che guarda a sud. Un’Europa federale che parla e si difende con una voce sola.
Questa è l’Europa che vogliamo: non spettatrice degli equilibri del mondo, ma protagonista del proprio futuro.
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