Gli italiani hanno millecentosessantatré miliardi di euro fermi sui conti correnti. È il dato della Banca d’Italia aggiornato ad aprile 2026. Non è denaro investito: è denaro che aspetta. Negli ultimi quattro anni quello stock è rimasto invariato mentre l’inflazione ne ha bruciato quasi il dodici per cento del valore reale. Mille euro lasciati fermi nel 2022 oggi ne valgono meno di novecento.
Non è avarizia e non è arretratezza. È diffidenza ragionevole. Il risparmiatore italiano non conosce gli strumenti finanziari, non si fida della borsa e non ha mai avuto una via di mezzo tra il conto corrente e il mercato globale. Ma lo stesso risparmiatore conosce benissimo l’azienda dove lavora suo figlio, il capannone in fondo alla strada, il distretto che dà il nome al suo territorio. La fiducia che non concede a un’astrazione la concede a ciò che vede.
Il Capitalismo dei Territori parte da qui. Costruire una finanza di distretto e di filiera che permetta al risparmio di un territorio di finanziare le imprese di quel territorio: la meccanica, la moda, l’agroalimentare, il packaging, l’arredo, e insieme le filiere nuove, dall’aerospazio all’intelligenza artificiale, dalla cybersicurezza alla robotica e alle tecnologie duali. Non l’impresa isolata, che da sola non arriva al mercato dei capitali, ma la filiera, che ha contratti, forniture e flussi verificabili.
Lo Stato non eroga nulla. Definisce lo standard, riconosce giuridicamente la filiera, garantisce una parte del rischio senza mai coprire la prima perdita e tassa il capitale paziente come tassa i titoli di Stato. Nessuna nuova spesa pubblica: soltanto le regole che oggi mancano.
È federalismo, ma non è rottura. Per trent’anni il federalismo economico italiano ha discusso di come dividere risorse pubbliche, e ogni divisione ha prodotto un vincitore e un perdente. Qui la risorsa è privata, è ferma e oggi non rende niente a nessuno: nessun territorio deve perdere perché un altro guadagni. Ognuno lavora sulle proprie filiere, con le proprie priorità e i propri tempi, dentro regole nazionali uguali per tutti.
L’obiettivo è misurabile: mobilitare in cinque anni il tre per cento di quella liquidità, circa trentacinque miliardi di euro. È una quota deliberatamente prudente, che non intacca le riserve delle famiglie e non chiede a nessuno di diventare un investitore di borsa. Ma trentacinque miliardi di capitale paziente immessi nell’economia reale valgono più di quanto qualsiasi bilancio pubblico sia in condizione di promettere.
L’Italia non ha un problema di scarsità di capitale. Ha un problema di destinazione del capitale. Costruire gli strumenti per portarlo dove serve non costa spesa pubblica: costa decisione politica.