Perché non vediamo mai sulle reti private polemiche pubbliche su chi debba condurre un programma di approfondimento? La risposta è semplice: chi gestisce un’azienda privata bada ai risultati. Se un programma funziona e il pubblico lo premia, va in onda. Altrimenti chiude. Niente calcoli, niente bilancini politici.
In RAI, invece, la politica si arroga il diritto di decidere tutto: chi appare in video, chi viene silenziato, chi fa carriera e chi no. Il caso di Sigfrido Ranucci e di Report ne è l’ennesima dimostrazione. E questo accade per un solo, banale motivo: la RAI è pubblica.
Avendo fatto parte della Commissione di Vigilanza RAI, non parlo per sentito dire. Conosco dall’interno i meccanismi malati di un’ingerenza partitica costante e asfissiante. Un’ingerenza a cui mi sono sempre opposto, rifiutando pressioni per avallare logiche spartitorie e per prestarmi a fare azioni poco pulite. E questa mia intransigenza è stata la causa principale della mia rottura definitiva con il mio ex partito, la Lega.
Ho toccato con mano come la lottizzazione sia un male incurabile. La nostra classe politica ha ampiamente dimostrato di non essere all’altezza di gestire un servizio radiotelevisivo in modo indipendente.
L’unica via d’uscita per avere un’informazione veramente libera e un’azienda sana è drastica, ma necessaria: la privatizzazione. Vendiamo la RAI. Solo così metteremo fine, una volta per tutte, a questo teatrino indegno.